Il capodanno termolese


Una volta, il capodanno non veniva festeggiato come oggi;  la gente andava a dormire. Se per caso sentivano scoccare la mezzanotte si scambiavano gli auguri e poi ognuno si girava dalla sua parte e si riaddormentava. Ma non tutti lo festeggiavano così.

Infatti i soci del circolo dei galantuomini organizzavano una festa privata; molti uomini andavano a giocare a tombolone al bar di Federico Gallo ( corso Nazionale “Mancini abbigliamento”)  o da qualche altra parte e c’era chi la sera del 31 dicembre festeggiava con una cena che somigliava a quella di natale ed a mezzanotte faceva degli spaghetti aglio e olio. Ad ogni modo la mattina di capodanno tutti stavano attenti alla prima persona che incontravano: per una donna incinta incontrare una donna voleva dire avere una femminuccia, al contrario se incontrava un uomo; per tutti era una disgrazia incontrare una persona a lutto e di buon augurio era incontrare lo spazzino; quindi, occhi aperti per il primo gennaio!

Inoltre la sera dell’ultimo dell’anno si andava di casa in casa a cantare il “Buon anno”, un’abitudine che risaliva al 1800 ed è rimasta viva fino ai primi del ‘900 questa, una tradizione che ricorda un po’ quella anglosassone che si svolge la notte di natale.

Il 29, 30 e 31 dicembre i ragazzi ed i giovanotti, dopo aver fatto una bella provvista di legna “cepp, catucchje” e roba vecchia, la sistemavano in uno spiazzo ed accendevano “il fuoco Santo” per salutare l’anno vecchio, ognuno portava una sedia e seduti in circolo facevano il gioco dell’anello recitando la filastrocca:

“L’ann vicchje”

Songhe vicchjë e stenghë stanghë
dind u cor fridd tenghë
lascë u post a cchi jà spett

Tropp brev a vit è stät
chi m’ha stemat e chi m’ha udiat
Ajë tappät e stappät bbuchë
chi ha rëdut e chi ha chiagnut 

hajë miss pezz a chelor
a cchi haje dät speranze a chi delor
che velit a colp në ghè a mi
ghè accuscì ea velut Ddì

Na cos però ma despiaciut
u Termël dë bbun da me nint ha avut
assa sqädrë dë pallon nint aje dät,
ma ce pensarrà a prossem annät
agheccë dù sonn i cos: ojam annanz o a repos

Quist ghe tutt quill chë ghi aje pëtut
Mò va vedit vu, ghi aje fenut.

 

 

RR

 

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